domenica 29 novembre 2009

La media education e i cartoni animati

Uno dei compiti della media education è quello di mediare il rapporto, non sempre facile tra giovani e mass media.
L’innegabile attrazione dei minori per i new media e le nuove tecnologie non ha però scalfito la passione per media apparentemente più “datati”, ma in realtà in continua evoluzione, come i cartoni animati, sempre di grande attrattiva sia per nostalgici che per neofiti di questo affascinante linguaggio audiovisivo.
“Parcheggiare” un bambino davanti alla Tv che trasmette cartoni animati non è sicuramente una soluzione ottimale, innanzitutto perché non tutti i prodotti di animazione hanno contenuti idonei ad un minore; in secondo luogo, anche il cartone più “innocuo” deve essere guardato con consapevolezza e con spirito critico, comprendendone i meccanismi tecnici e di affabulazione.
Testimonianze di questo tipo sono riscontrabili nel testo Primi passi nella media education (Erikson 2006), a cura di Filippo Ceretti, Damiano Felini e Roberto Giannatelli, che dedica molto spazio sia al mondo dei fumetti che a quello dei cartoni, dove si riportano molti percosri laboratoriali dedicati.
“Primi Passi” propone percorsi dove in tutti si vuole ribadire il ruolo rivestito dalla media education nel costruire una consapevolezza critica del minore di fronte ai media, permettendogli di cogliere gli aspetti costitutivi del cartone, per esempio, di riflettere sui meccanismi di identificazione sollecitati dalla visione fino ad arrivare ad agire sul mondo, acquisendo delle capacità tali da poter infine costruire prodotti. Compito principale del media educator comunque, è bene precisarlo, non è tanto quello di insegnare tecniche e linguaggi, ma seguire il minore nella comprensione del modo in cui tali tecniche e tali linguaggi vengono utilizzati per veicolare messaggi e contenuti, per esser preparati e capaci di discernere e comprendere ciò che si può nascondere “dietro” un’immagine animata, perché è stata utilizzata una data immagine e non un'altra, ecc; esser bravi tecnicamente è un requisito necessario ma non sufficiente, poiché se non si acquisiscono competenze critiche il cartone animato, come qualsiasi altro linguaggio mediatico, non può essere considerato un’esperienza di crescita e di sviluppo.
Un buon media educator, per aiutare il minore nei suoi “primi passi” verso una corretta fruizione del linguaggio cartone animato, deve essere prima di tutto bene informato sull’argomento, studiarne le dinamiche e trovare un modo semplice e efficace per trasmettere la sua esperienza al minore stimolandone il ragionamento e non limitandosi a sterili spiegazioni o censure.
I cartoni animati possono rivelarsi abili “alleati” della media education purché non li si guardi esclusivamente da un punto di vista di “tutela” del minore, ma anche, e soprattutto, considerandoli occasioni di riflessione e dibattito sul ruolo che l’animazione può svolgere nel campo dell’educazione e sullo sviluppo cognitivo dei minori.

Iolanda Romano, Med Master

mercoledì 18 novembre 2009

Media education: sostegno e uso critico dei media

E’ un dato di fatto che i ragazzi di oggi possano definirsi dei “nativi digitali”, in quanto nati appunto in un’ epoca contraddistinta da un uso preponderante dei mezzi di comunicazione di massa e dei new media in particolare.
Purtroppo a tanta “competenza” da parte dei minori nell’utilizzo delle nuove tecnologie non sempre corrisponde una consapevolezza dei contenuti proposti: non può essere sufficiente un uso strumentale dei media, occorre un uso critico e consapevole in quanto, i media in generale e i new media in particolare, si caratterizzano per la loro capacità di veicolare contenuti e modelli di riferimento, non sempre adeguati e/o corretti.
Proprio al tema della tutela dei minori nei media è dedicata la prima sessione della Conferenza nazionale dell’infanzia e dell’adolescenza che si è tenuta a Napoli, ricordando che il Codice media e minori, previsto da DPR n. 72 del 14 maggio 2007 non è stato ancora adottato, anche se già istituito il relativo Comitato di controllo.
Le istituzioni sono molto prese dal tema della protezione dei minori, tuttavia non sarebbe corretto ragionare in termini restrittivi in quanto i media, se pur portatori evidenti di rischi possono rivelarsi altresì validi strumenti di arricchimento cognitivo, e quindi utili strumenti di crescita.
Il diritto dei bambini e dei ragazzi alla comunicazione è stabilito dalla Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia, che all’articolo 13 sancisce il diritto del minore a fare e ricevere comunicazione “sotto forma orale, scritta, stampata o artistica, o con ogni altro mezzo a scelta del fanciullo “.
Il modo migliore a disposizione delle istituzione per tutelare i minori è quello di applicare la media education nell’ambito della scuola e dell’extrascuola, promuovendo la formazione di operatori della comunicazione che accompagnino i ragazzi nella scoperta delle nuove tecnologie, valutando consapevolmente e criticamente i pro e i contro di modelli e contenuti dei media e aiutandoli ad “agire sul mondo” , diventando, oltre che accaniti lettori mediali, anche esperti scrittori mediali.
La media education può costituire un contributo importante all’attuazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel nostro paese.



Iolanda Romano, Med Master

venerdì 13 novembre 2009

New media: come evitare i rischi di una deriva tecnologizzante

Nell’epoca dell’interattività e dell’intertestualità, in cui gli utenti sono tutt’altro che soggetti passivi, e anzi si prefigurano sempre più come disincantati manipolatori di testi e significati, non bisogna ingenuamente pensare che i fruitori, specie se parliamo di minori, siano al sicuro da ogni forma di manipolazione o pregiudizio.
In questo panorama, compito della media education è proprio quello di fornire ai ragazzi gli strumenti e la preparazione necessari ad analizzare criticamente gli oggetti mediali che li circondano.
Nel testo “Media education. Alfabetizzazione, apprendimento e cultura contemporanea”, Buckingham afferma: “E’ vitale che gli studenti capiscano le condizioni entro le quali i loro significati e piaceri vengono costruiti; e per fare questo hanno bisogno di sviluppare un meta-linguaggio, una sorta di discorso critico, con il quale descrivere e analizzare ciò che sta accadendo”.
Il “discorso critico” di cui parla Buckingham serve anche a ridurre la “febbre tecnologica” di educatori, politici e aziende, per arrivare a comprendere che il semplice uso delle tecnologie informatiche sia condizione necessaria ma non sufficiente per portare un significativo cambiamento nella scuola.
Come sostiene Rivoltella: “non è sufficiente favorire l’adattamento degli individui a questo paesaggio, occorre far sì che essi vi interagiscano in maniera riflessiva e responsabile”.

Iolanda Romano, MedMaster.

giovedì 12 novembre 2009

Educazione ai media e digital divide.

L’introduzione delle ICT nel sistema scolastico è da considerarsi, a ragion veduta, una delle priorità educative fondamentali nella scuola, a cui i policy-makers tengono in modo particolare, assieme probabilmente all’educazione alla cittadinanza e all’educazione alla legalità.
Questa crescente presenza delle ICT nel settore dell’educazione ha come scopo primario l’abbattimento di numerose barriere spazio-temporali, puntando alla creazione di “comunità di apprendimento on line” più democratiche e informali; paradossalmente il rischio che si corre in questo panorama è quello di creare ulteriori gap di tipo economico, culturale e sociale (Buckingham, 2006).
Il pericolo sta nella possibilità di produrre una polarizzazione tra chi ha accesso alle ICT e chi invece non ha la possibilità economica di accedervi, tra gli “have” e gli “have not”.
Come conseguenza del digital divide potrebbe nascere una forma di consumismo educativo, una sorta di edu-business governato da quelle forze di mercato che offrono alla scuola contratti per beni e servizi.
Alla media education spetta dunque un compito di mediazione tra soggetti, potere, istituzioni e mercato, riuscendo a cogliere le opportunità positive che i media offrono alle nuove generazioni in termini di socializzazione, democratizzazione, crescita e confronto culturale, senza però farsi trascinare dalle lusinghe delle “onnipotenti tecnologie” onde evitare qualsiasi tipo di Gap, compreso il digital divide.


Iolanda Romano, MedMaster

martedì 10 novembre 2009

Pubblicità in TV: non rompiamogli le favole!

La pubblicità in TV è un fenomeno talmente presente nel nostro vissuto quotidiano da sembrarci “una cosa del tutto normale” ,una parte integrante della programmazione televisiva ,specialmente se si tratta di canali generalisti e in chiaro.
Purtroppo,in un panorama televisivo governato dalla “legge dell’audience” ,che è da considerarsi praticamente un equivalente delle leggi di mercato,si corre il rischio di perdere di vista ogni riferimento qualitativo,in quanto la cosa più importante è “vendere” pubblico agli inserzionisti pubblicitari.
Anche la nostra “Mamma Rai” ,ha dovuto piegarsi nel corso degli anni all’ottica di mercato delle tv generaliste di flusso :infondo,la Rai è pur sempre un’azienda, che per essere concorrenziale ha bisogno di vendere spazi pubblicitari agli inserzionisti.
Pur non essendo il diavolo, è innegabile che la pubblicità rappresenti un elemento di disturbo, soprattutto per i soggetti in fase evolutiva ;numerosi studi hanno infatti evidenziato come la continua esposizione ai flussi pubblicitari possa creare nei minori un disturbo dell’attenzione ;le piccole menti si distraggono facilmente anche nel corso delle lezioni scolastiche, essendo abituate,o forse assuefatte ai continui break .
La pubblicità rappresenta senza dubbio un’intromissione ,anche se viene collocata tra un cartone e l’altro,come accade per la programmazione per ragazzi di Italia 1 , perché introduce comunicazioni non inerenti alle attese dei piccoli fruitori :il dubbio che questi cartoni siano dei semplici “contenitori di pubblicità” appare dunque legittimo.
Per fortuna però,in questo panorama piuttosto inquietante ,c’è ancora un ‘ isola felice, ed è proprio Mamma Rai ad offrircela : si tratta dello spazio pomeridiano che Raitre riserva alla tv dei ragazzi ,offrendo vari programmi di qualità come valida e interessante alternativa ai dilaganti modelli Giapponesi e Statunitensi , pur rinunciando agli introiti pubblicitari.
L’assenza di pubblicità in questa fascia oraria rappresenta però un’arma a doppio taglio ; troppo spesso infatti, la tv dei ragazzi viene sacrificata quando c’è da trasmettere eventi di notevole rilevanza civica o sportiva.
La scelta di sacrificare il palinsesto di Raitre è dovuta proprio al fatto che le ore prive di pubblicità dedicate ai minori sono “a perdere” da un punto di vista di budget.
In ogni modo, a parte questo “sacrificio” che ogni tanto i piccoli telespettatori devono sopportare , è innegabile l’importanza di programmi come la melevisione nell’attuale panorama televisivo che poco si cura delle esigenze dei minori ,non inter-rompendo le favole del Fantabosco.

Iolanda Romano, MedMaster

La Media Education a scuola

Un insegnante che voglia portare la media education nella suola non può limitarsi al semplice uso strumentale delle tecnologie all’interno dei consueti programmi scolastici, perché in tal caso il solo scopo preventivato consisterebbe nell’ avvalersi dei media per rendere la lezione più interessante e più funzionale, ad esempio facendo le ricerche tramite internet o CD-ROM; l’alunno così non impara niente sui media, se non il loro utilizzo (educazione con i media).
Ciò che è rilevante ai nostri fini è invece l’educazione ai media, sforzandosi quindi di vedere questi non solo come strumenti da utilizzare, ma come veri e propri oggetti culturali .
Secondo una definizione della National Leadership Conference on Media Literacy , l’educazione ai media (o Media education ), consiste in un processo finalizzato a “potenziare le abilità di accedere, analizzare, valutare e produrre messaggi in tutti i formati della comunicazione mediale “.
L’educazione ai media va dunque intesa come il possesso dei linguaggi della comunicazione mediale (come quello del cinema, del cartoon, del fumetto,di internet ecc), non limitandosi però ad una semplice capacità di lettura di tali linguaggi; oltre alla capacità di accedere ai media (tornando quindi all’uso strumentale del mezzo ) è importante possedere la capacità di analizzare i media, comprendendo i significati del messaggio in riferimento alle modalità di produzione e distribuzione a cui è sottoposto.
Inoltre è essenziale essere in grado di valutare il messaggio attraverso un giudizio critico, per poi infine essere capaci di esprimersi attraverso tali linguaggi producendo propri messaggi: non basta infatti saper leggere, ma occorre anche saper scrivere!

Iolanda Romano, MedMaster